Perché nel 1997 non ho assassinato la professoressa di mia figlia

che valutò il suo tema di III A, invalutabile

NON è UN TEMA

TEMA

SE POTESSI FARE O ESSERE QUALCOSA O QUALCUNO, CHI O COSA VORRESTI ESSERE O FARE?

Potrei essere una predicatrice.

Potrei essere la figlia di uno dei tre porcellini.

Potrei essere la musica di Bach.

Potrei essere la moglie del barbiere.

Potrei essere l’assassina per eccellenza.

Potrei essere le foglie sulle quali molti camminano.

Potrei essere un falco.

Potrei essere una rivoluzionaria.

Potrei essere chi si crede Cristo.

Potrei essere una guardona.

Potrei essere una che sta morendo di AIDS.

Potrei essere il cielo.

Potrei essere una mangiatrice d’oppio.

Potrei essere uno stupratore.

Potrei essere una sanguisuga.

Potrei essere una domatrice di formiche.

Potrei essere una professoressa di storia.

Potrei essere mio padre e mia madre.

Potrei essere una dannata.

Potrei essere la luna.

Potrei essere un oggetto misterioso.

Potrei essere tutte le ombre dello sgabuzzino.

Potrei essere una giraffa.

Potrei essere una suora.

Potrei essere un pesce barracuda.

Potrei essere un salice piangente.

Potrei essere un viso gentile.

Potrei essere la persona più odiata al mondo.

Potrei essere il barbone che dorme sulla panchina ricoperto con un foglio di giornale.

Potrei essere l’acqua che sgocciola dal rubinetto.

Potrei essere la mia compagna col mal di pancia perenne.

Potrei essere un occhio.

Potrei essere uno squalo.

Potrei essere il commesso che mi ha venduto le scarpe spaiate.

Potrei essere il fuoco.

Potrei essere una bugiarda.

Potrei essere chiunque.

Potrei essere un qualsiasi giorno della settimana.

Potrei essere una celebrità.

Potrei essere una persona timida.

Potrei essere una cicciona.

Potrei essere un libro poco noto.

Potrei essere il portiere pervertito che incontro ogni mattina.

Potrei essere una masochista.

Potrei essere una nuvola.

Poterei essere una pantera.

Potrei essere una buona a nulla.

Potrei essere la penna con la quale sto scrivendo.

Potrei essere il testo di questo tema.

Potrei essere Palermo.

Potrei essere una creatura soprannaturale.

Poteri essere mia sorella che mentre dorme racconta storie.

Potrei essere il mio flauto.

Potrei essere un giorno.

Potrei essere la natura e il demonio.

Potrei essere il mio compagno Gabriele.

Potrei essere la musica di Mendelsohn.

Potrei essere il mio piede sinistro.

Potrei essere la stufa, il pavimento e il balcone.

Potrei essere la mia vita.

Insomma, che senso ha volere essere qualcuno o qualcosa senza sapere ciò che si è?

Chi dice che già io non sia qualcuna delle cose elencate?

Io sono ciò che cerco di essere da sempre: ME STESSA!

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Per Elio Pagliarani (di Areta Gambaro)

36

E avevi gli occhi belliOggi 36 anni di matrimonio. Ma dove sono finiti, nascosti in quale cassetto, scomparsi o già sigillati nella morte che verrà. E i 25 anni festeggiati, dove non ricordo, solo che furono festeggiati. E dal ventiseiesimo anno in poi le mattine, le ogni mattine in cui mi svegliavo dicendomi, non ce la faccio, non ce la faccio ad alzarmi. Devo darmi malato a qualsiasi costo, non trascinatemi al lavoro, diavoli. Un lavoro mai amato ma scelto tra il più lontano dai miei interessi, dalle virtù scribacchine, così consigliato da un amico che sta padre ammè, secondo il quale chi scrive, per sopravvivere, deve stare il più lontano possibile dalle istituzioni contigue a ciò che sa meglio fare, così per non restare contaminato, secondo la vecchia regola che un anarchico non deve fare l’anarchico perché lo sgamano subito, ma l’impiegato di banca. Forte di questa certezza indotta smisi di girare con eskimo e basco, perché mi fermavano sotto casa, mi palpeggiarono pure, una notte. Perché con un impermeabile Mako che mi arrivava alle scarpe e i capelli alle spalle, una volta entrai da un gioielliere per scegliere gli anelli di matrimonio e quello chiamò subito il 113 e allo scellerato gridai mentre mi allontanavano che se avessi voluto rapinarlo sarei entrato in giacca e cravatta, non certo così conciato. Quindi giacca e cravatta negli anni venturi, una regimental sottratta a quello che restava di mio padre, giusto per potere entrare al lavoro in Assemblea. Ma mai nessun furto, nessuna azione buscadera, pur tenendo negli occhi la fiamma di Sam Peckimpah. Poi due anni fa, finalmente la fine. Mi rotolo nell’inutile a tempo pieno, un piacere infingardo. Mi sento gatto che di notte va a sgraffignare nei sacchetti della mondezza, canesveglia che lecca la mano del suo padrone per svegliarlo, pecora che sconosce il suo destino, che non ringrazia se la tosano e non si felicita ma sotto le orecchione pensa che un altro anno è guadagnato. 36 anni e avevi gli occhi belli.

* fotoinvenzione di areta gambaro

E, pistolare 3 (Cara figlia)

bocc'ana1Cara figlia. Il trenta ottobre l’anno non conta, a due giorni dalla festa dei morti, mi prese una convulsione che sto qui a raccontarti. In un giorno che doveva essere di letizia perché la nostra giovane e fresca figliola ci aveva comunicato la perpetuamente rimandata data del suo matrimonio, mi svegliai stanco, traballante, come scosso dai venticelli africani che, delicatamente ma inesorabilmente, percuotono le stanche, traballanti foglie del gelso, facendole cadere a una a una. Immaginavo di parlarti da lontano ma con un modo di comunicare che solo i pazzi, i quali si immaginano di essere a buona distanza per non farsi sentire, anche se ti sono quasi davanti, anche se non lo sono, anche se, per esempio, sono morti. E ti dicevo, aiutami, perché mi sento stanco, traballante senza ragione, né perché. Mi sento come tu ti sentivi quando ti svegliavi la notte, con gli occhi senza palpebre e una voce che non sembrava la tua, e sommessamente gridavi, aiutatemi, tutto mi gira intorno velocemente, fermatelo, fermateli. Tutto il mondo girava più velocemente intorno a te, così anche noi genitori giravamo intorno a te troppo velocemente ed era difficilissimo fermarti. Dovevamo calmarti senza capire. L’urgenza di calmarti ci oscurava la testa. Ti abbracciavamo e ti svegliavi. Ma chi si era svegliato? Cosa era successo. L’importante era che c’era di nuovo tra le nostre braccia una figlia normale. Che però, poi, per parecchie notti, avrebbe spaventato le nostre notti, il nostro esiziale bisogno di tranquillità e sicurezza. Ecco, io mi immaginavo di parlarti, ma perché dico che lo immaginavo, tu eri già nell’ascolto e, dunque, ti dicevo e, dunque, mi dicevi. Lo so che ti disturbo, ma il mondo in testa non mi gira uguale. E’ come se corresse troppo. Troppo per la mia testa. Questo è il senso, di questo senso ti sto chiedendo aiuto. Non so, oggi è pure domenica, tutto è luce, è uno starbene intorno. Ma sento forte questo bisogno di buttarmi fuori, e sono nel seminterrato che conosci. E sento di volermi infossare nella terra a fittone. Non ne percepisco ragione, né perché. Però penso che al gatto si diano da mangiare polpette imbevute di scaglie di vetro solo se si è buoni. L’angoscia può avere ragione e un perché se non ha oggetto. Non so come spiegarmi. Il mondo gira intorno troppo velocemente. L’angoscia è oblativa. Ho tutto e non ho niente. Ho te, ma che vuol dire avere una figlia, non sarà come avere avuto una madre? Ho tua madre, ma che vuol dire, non sarà come avere avuto un padre? Tutto questo bisogno di proprietà. Sto nel bisogno di capire perché la scrittura debba farsi la barba ogni giorno e diventare letteratura. Le lettere, i messaggi, le parole che ognuno di noi si scrive perché diventino non lettere, non messaggi, non parole. Sto in questo scorcio di casa e dico: questa è casa mia. Sto a dirmi, questa è casa mia, come ad aspettarmi manna, rugiada, invece ho solo voglia di morire. Perché quello che in effetti gli uomini non capiscono è che esiste la fine, prima dell’inizio. Che ognuno di noi è già, è già un ricordo in testa, che finalmente corre così velocemente come correva una volta la tua. Velocemente ti saluto che si è fatto tardi e domani non devo andare a lavorare

Costantino e Ciccio invece tubano

Occhio di luccioParlando tra le altre cose di Cechov, nel suo Cechov a Sondrio, Aldo Buzzi
tra le altre cose parla delle cornacchie, e dice che le cornacchie, tra le altre cose,
appaiono già nella prima opera letteraria russa di cui si ha documento, dice
Buzzi. Poi Buzzi cita Esiodo e dice che Esiodo dice che le cornacchie campano
nove volte più degli esseri umani. E i corvi ancora di più, dice Esiodo. Poi Buzzi
cita Gogol’, che dice: Cornacchie come mosche, dice Gogol’. Le cornacchie sono
dappertutto, in Russia, dice Buzzi. Sui marciapiedi delle città, sui campi gialli di
segale, nei cieli,nei boschi.
   Malgrado sia una specie di iena, dice Buzzi, malgrado il suo colore funereo, e
malgrado Turgenev dica, dice Buzzi, che la cornacchia sia un uccello rispettabile,
noto per la sua devozione alla famiglia, dice Turgenev, la cornacchia, dice Buzzi,
ha in sé qualcosa di ridicolo. Infatti, dice, si dice, si usa dire, in Russia, si usa
usare la parola cornacchia come un insulto, dice Buzzi. Come equivalente di
fiaccone, di sfaticato. Infatti, dice Buzzi, in Russia, si usa dire, si dice: Perché
ti sei fermato, cornacchia?

Le piccione e i piccioni non tubano. E’ una leggenda. Questi occhi sulle tempie perché hanno una testa schiacciata che non dà spazio. Così gli occhi del piccione e delle piccione, sono radar, che gravitano a 374 gradi. Pur essendo laterali, uno ala sinistra l’altro ala destra alla domenghini. Odiandosi talvolta, oppure scambiandosi il sinistro alla mariolino corso con il destro. E sono rossi di fame, questi piccoli occhi che girano le orbite a 374 gradi. Questi piccoli occhi di pesce che la natura matrigna gliela doveva fare più grande la testa. Invece così sono costretti a elemosinare sui selciati di città e ospedali, sulle piazze di città-ospedale come Venezia, per esempio. E quando tu butti una mollica, si avventano uno contro l’altro, si azzannano eppure sapendo che non possono azzannarsi perchè non hanno zanne, solo piccoli, miseri becchi, eppure sapendo che il mollico o la mollica ingoiata dal fratello o dalla sorella, anche beccandola non potranno ingoiarla, essendo arrivati secondi, avidi ma secondi. Si fanno guerra pur sapendo di non potersi ammazzare, perchè non hanno armi. Si avventano l’uno contro l’altro i piccioni e le piccione. non tubano, è una leggenda, poi si ritirano. Solo una mezza mollica, forse troppo grossa, caduta dal becco del piccione o della picciona ingorda, scatenerà una nuova guerra.

Costantino Chillura in neretto, Francesco Gambaro in nereto, la foto invece è di Areta Gambaro

Siamo scapole

SOLETTE IN COMPAGNIAMi si dice che la mia sopraggiunta ipocondria, succulento condimento della misantropia, sia causata dal fatto che le mie due figlie più recenti, malgrado la supposta fertilità, continuino a non darmi nipoti. Dimenticano, i sostenitori di questa tesi, che il più grande divertimento, all’epoca di tutte le mie paternità e nepotità, fu di prendere a calci i marmocchi, di saltarli in aria sino a raggiungere il tetto che, all’epoca, era un fiorditetto di secondo piano patrizio, finissimo ottocento, oggi ospizio per cingalesi a tre ripiani. Per paradosso, dunque, i sostenitori di questa tesi, hanno financo ragione, essendomi venuto a mancare l’originario e connaturato ludibrio, epperò le recenti continuano a ripetere il noioso ritornello, siamo e restiamo…

* vignetta di Areta Gambaro

Dove vivono le vespe

dove vivono le vespema non lo so perché continuate a farmi questa domanda