ELEGANZA

Leggo, condividendo, il corsivo di ieri di Camillo Langone sull’orrore del vestire ignudo di turisti e cattolici anche in chiesa e sotto lo sguardo affranto del Perugino. Mi chiedo quanto Michelangelo non sarebbe stato tentato dal tornito polpaccio alemanno di chi mi sta quasi addosso sul rapido Tusa-Cefalù-Palermo e altre stazioni del Baltico. Leggo, sorpreso, che in nessun negozio dove Langone si serve ha mai visto una camicia a mezze maniche. Penso all’orrore delle calzette bianche, che furono di Piero Angela e di me medesimo nei lunghi mesi della psioriasi. Penso al piacere di provare canotte usate a Porta Portese e ai calzoncini di puro lino cinese targati OVVIESSE. Penso all’eleganza come ciò che pertiene – non al modo di indossare né a ciò che si indossa – all’impermeabilità del gusto quando si sta bene con se stessi: Thomas Bernhard, il maggiore odiatore dei costumi austro-bavaresi-sudtirolesi, maniacale collezionista di scarpe italiane, si faceva fotografare così.

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LA SERA C’ERA MINA

La sera c’era Mina. No i talk show della politica. C’era Mina. Se non ricordo i titoli dei suoi show è perché mio padre mi diceva, stasera c’è Mina. Basta. Ci scaricavamo tutti davanti il televisore e aspettavamo la fine di Carosello. Poi eccola Mina. Che puttana disse mia madre pizzicando mio padre alla vista di una sua esagerata minigonna. Smisurata la voce, smisurate le braccia, smisurate le cosce, smisurati anche i capelli biondi. Non ho mai tanto odiato e amato una donna procurando danni in famiglia e tra i miei amici, ma volevo morire per lei. Si sbocconcellava i suoi ospiti, uno dopo l’altro. Pure Battisti che, allora, andava con capelli ricci e cosciotti bianchi. Senza essere ancora il migliore che poi diventò, abbandonando Mogol ma mai Mina e la sua insoluta algebra canora. La sera c’era Mina, che cantava non credere a tutti noi, ogni sera di quella sera, a tutti noi non credenti.

SI CHIAMAVA TOSHIBA

negli anni ottanta pagine di pavoni

e pavoni

*

* I pavoni, di Michele Perriera, (Teatro Corallo? 1984?)

 

SENTII DIRE (CHARLES PEGUY VS PAUL CELAN)

“Fate il vostro esame di coscienza, ma che sia come pulirvi le scarpe. Non sia invece che vi portiate nel tempio i fanghi e il ricordo del fango del cammino e non sia che portiate sulla gran soglia della mia notte le tracce, le macchie di fango delle vostre sporche vie del giorno. Lavatevi la sera. Così fate il vostro esame di coscienza. Non ci si lava di continuo. Siate come quel pellegrino che prende l’acqua benedetta entrando nella chiesa e che si fa il segno della croce. E poi entra nella chiesa, e non prende di continuo l’acqua benedetta. E la chiesa non è fatta di acquasantiere. C’è quel prima della soglia. C’è quel che è sulla soglia.”(Charles Peguy, Lui è qui)

Vs

“Sentii dire che nell’acqua / vi era una pietra e un cerchio / e sopra l’acqua una parola / che dispone il cerchio attorno alla pietra. / Vidi il mio pioppo calare nell’acqua, / ne vidi il braccio tastare la terra. / protendere le radici al cielo e implorare notte. / Non gli tenni dietro, soltanto ho colto la terra in una sua briciola, / che ha del tuo occhio la bella forma, del collo ti colsi la collana dei morti, / e ne ho ricamato la tavola, dove adesso sei briciola. / E il pioppo sparì alla vista./ (Paul Celan, Di soglia in soglia)

  • Diogene cerca l’uomo, Johann Tischbein