MA IO SONO MORTO?

Perchè non ne prendete atto?

Anni e anni dopo che nostra madre era morta, le Poste avevano continuato a recapitare lettere a lei inditirizzate. Le Poste non avevano preso atto della sua morte.”

Thomas Bernhard, “L’imitatore di voci”, Suhrkamp Verlag Frankfurt Am Main 1978, Adelphi 1987.

BIOGRAFIA AUTENTICA NON CONCORDATA DI GRILLO DETTO BEPPE

Un attore comico che da decenni viveva soltanto della propria comicità e aveva sempre riempito sino all’ultimo posto tutte le sale in cui si era esibito, divenne improvvisamente, per un gruppo di escursionisti bavaresi che l’avevano scovato su un puntone di roccia sopra il cosiddetto Abbeveratoio dei Cavalli di Salisburgo, quell’avvenimento sensazionale che tanto avevano atteso. Di fronte al gruppo degli escursionisti il comico affermò che lui, così com’era, con i pantaloni di cuoio e il cappello alla tirolese in testa, si sarebbe gettato nel precipizio, al che, come al solito, il gruppo degli escursionisti era scoppiato in una sonora risata. Ma sembra che il comico abbia detto che faceva sul serio e che effettivamente e istantaneamente di sia buttato di sotto.”Thomas Bernhard, “L’imitatore di voci”, Suhrkamp Verlag Frankfurt Am Main 1978, Adelphi 1987.

  • Th Bernhard 1977

ALIGHIERO NOSCHESE, IMITATORE DI VOCI

Il suicidio non può essere spiegato. Resta un mistero. Anche interpretando – per esempio facendo conto delle giustificazioni testamentali che taluni lasciano (quasi sempre per ragioni esulanti le vere), e differenziando secondo le varie modalità suicidarie, dall’impiccarsi allo svenarsi, dal lanciarsi nel vuoto all’annegarsi, dallo spararsi in bocca all’avvelenarsi, dalla fregola emulativa allo scoppiarsi la testa in speedball come fece Marco Pantani – le ragioni di un suicidio non svelano che misteri simili alle zone d’ombra silenti delle nostre teste. Tuttavia, ci sono volte in cui l’immaginazione intercetta, nel deterministico processo di consunzione del suicida, linee di verosimiglianza meno approssimative o arbitrarie.

L’imitatore di voci che ieri sera è stato ospite della Società di Chirurgia si era dichiarato disposto, dopo lo spettacolo a Palazzo Pallavicini al quale la Società di Chirurgia l’aveva invitato, a venire con noi a Kahlenberg per dare anche lì, dove noi abbiamo sempre una casa aperta a tutti gli artisti, una dimostrazione della sua arte, logicamente non senza un compenso. L’imitatore di voci, che era originario di Oxford in Inghilterra ma aveva frequentato le scuole a Landshut e in origine aveva fatto l’armaiolo a Berchtesgaden, noi l’avevamo pregato di non ripetersi sul Kahlenberg, ma di presentarci invece qualcosa di completamente diverso da quello che aveva fatto per la Società di Chirurgia, ossia di imitare voci completamente diverse da quelle di Palazzo Pallavicini, e lui, che col programma presentato a Palazzo Pallavicini ci aveva entusiasmato, ce l’aveva promesso. Per noi, sul Kahlenberg, l’imitatore di voci ha effettivamente imitato altre voci, più o meno celebri, completamente diverse da quelle imitate per la Società di Chirurgia. Abbiamo anche potuto esprimere dei desideri, e l’imitatore di voci ci ha accontentati con la massima premura. Quando però gli abbiamo fatto la proposta di chiudere il programma imitando la propria voce, lui ha detto che non ne era capace.” Thomas Bernhard, “L’imitatore di voci”, Suhrkamp Verlag Frankfurt Am Main 1978, Adelphi 1987.

*Damien Hirst, Palazzo Grassi

DA ME VOGLIONO TUTTI LA STESSA COSA

Il concorrente pigiò il pulsante all’unisono con la propria voce. Da me vogliono tutti la stessa cosa, dettò il Maestro Amadeus. Il culo! fu la irruente risposta che al pubblico in sala sembrò anticipare di fino la fine della domanda. Subito si spensero le telecamere. Il concorrente, il migliore concorrente che da settimane comandava la fila dei cavalli vincenti da sette settimane di fila, s’era lasciato andare, aveva sbracato, come l’ultimo dei loffi, come il più zaurdo degli zaurdi. Al Maestro si abbassarono due cataratte di buio umido. Tornato in luce si avvicinò a son protégé zigzagando: ma signor Rolandi, che mi combina? Cos’è che ho detto? Si domandò e domandò lo stesso Rolandi, pure lui cieco di panico. Ora i due sudavano freddo. Rolandi cominciava a poco a poco a ricordare. Il Maestro scoteva la testa, alzava il braccio in segno di via, tornava sui suoi passi, ripetendo: centoventimila euro, centoventimila euro si è giocato. Rolandi girò la testa a destra e l’alzò vezzoso sino al cielo di led dello studio. Un’upupa pensierosa. Però pensò. Pensò: però, questa puntata potrebbe fare storia. Però però non era una diretta. Fu congedato con disonore e il frame, appena registrato, bruciato. Mi raccomando, esortò il regista, non è successo niente, non avete sentito niente. Il pubblico prezzolato, per tacere, incassò un gettone sesquipedale. Poi volò a casa Rolandi per festeggiare.

SULLA SOGLIA

Certo, che non è allegra, ma ha una sua eleganza, la tristezza,.” Comincia così la nota introduttiva di Vittorio Sermonti a un racconto, Madre, di Grace Paley. Che Grace Paley comincia così: “Una mattina, ascoltando la radio, sentii una canzone: Oh, quanto vorrei vedere vedere mia madre sulla soglia! Mio Dio! esclamai, la capisco bene questa canzone. Ho sempre desiderato vedere mia madre sulla soglia. In effetti stava spesso a guardarmi sulla soglia di diverse porte. Un giorno si era fermata proprio così sulla soglia di casa, con il corridoio buio alle spalle. Era Capodanno. Aveva detto con voce triste: se torni a casa alle quattro del mattino a diciassette anni, a che ora tornerai quando ne avrai venti?” E che così finisce: “Avrei voluto vederla sulla soglia del soggiorno. Si era fermata là per un attimo, poi si era seduta accanto a mio padre. Avevano un giradischi molto costoso. Ascoltavano Bach. Gli aveva detto: parla un po’ con me. Non parliamo più come una volta. Sono stanco, aveva risposto lui. Non capisci? Oggi ho visitato una trentina di persone. Tutte malate, e tutte parlano parlano parlano. Ascolta la musica, aveva detto. Mi sembra che una volta tu fossi molto intonata. Sono stanco, aveva detto. Poi lei morì.”

VIA DAL BUGIARDINO

Le sinossi, le quarte di copertina, i commenti, gli extras, le fascette promozionali, le autovetrine, tutti in giostra sull’anemico albume del tuorlo d’oca che nessuno avra’ fegato di assaggiare, cosi’ sempre piu’ selvaggio il testo, immangiabile, fuori tempo, fuori portata, piu’ linearmente educativo il sunto (la sugna) di contorno che asseconda l’atrofia dell’occhio polifemico, ex guardiano, ex telecamera immarcescibile della testa.

Tornammo a essere uomini introduttivi senza prefazione, niente note critiche ne’ critici (dio ce ne liberi), né foglietti illustrativi, bugiardi solo in noi stessi, nella punteggiata avventura del testo, che non dà sazio né spazio né delega.

Rimpiangiamo Elvira e il magnifico Salvatore Mazzarella che, assecondandola, nella più bella collana Sellerio che fu Il mare, curò di lasciare senza bugiardini secondo, terzo e quarto risvolto, riconsegnando al lettore la Santa Pazienza del Timoniere.

VI VEDO BENE

Li vedo bere. Lì sul tavolo delle intemperanze strambe. Acqua in nuvole, se ne versano mezzo bicchiere. Li vedo sorseggiare, nemmeno lì finiscono. Ma per loro è tutto ok. Hanno brevemente goduto e appena compiuto il rapimento di un gatto. Assionometricamente un ratto. Non sanno misurare la sete. Due tre bottiglie di felicità a missione compiuta. Non sanno di essere osservati. Tre poliziotti a forma di bottiglia si avvicinano. Uno dei tre tira, da sotto il tavolo, il sacco refurtivo. Il secondo dei tre, infila i pollici sotto il cinturone e se la sganascia dal ridere. L’ultimo poliziotto prova a sedersi accanto a loro: è libero? lasciate perdere, non rispondete, io sono un ufficiale che sta bene pure in piedi e sono assai stanco di storie vere. A voi, pure, vi vedo bene. Continuate a bere.