A FURVIO ABATE CON 2 B

Abate con 2 bcontinuava cosìLettera provenzanoun anno dopo publicammo, sulla stessa rivista un non-bambino, l’allora mio coetaneo Saro Di Dio CI HA STATO LA RIVOLUZIONE*Fasis 4

UN PUGILATORE Al PESTO

E’ stato nello spogliatoio. Per la prima volta, dopo tanti incontri, ero entrato nello spogliatoio per consolarlo. Gec su una brandina che sembra la morgue. Il volto tumefatto, macchiato di roba viva. Anche dalle mani sguantate un acre profumo di sangria. La gamba destra ogni 30 secondi una leggera contrazione, quasi un tremore contenuto, allenato a tornare in guardia. L’ho visto. Un sorriso senza espressione. Non ne ha donde. Un sorriso dietro le quinte. Così ho pure capito. Che gusto ha prenderle sino a quasi soffocare, respirando al dirotto di 1000 pori. Non è il numero delle sconfitte che quel sorriso conteggia ma delle ferite, la quantità di pelle e ossa maciullate. Un record perseguito tenzone dopo tenzone. Da sotto la maschera Gec sorride. Non ha la forza per mandarlo fuori quel sorriso. Allora manda in avancoperta i sopravvissuti dell’ultima guerra. Hanno l’aspetto dei vermi della mela. Ogni tanto dall’intruglio putrefatto che è stata la sua faccia se ne affaccia uno. Chiamiamolo Jach 1. Ehi, che vedi? domanda dall’interno Gec. Intanto, da un altro pertugio sbuca la testolina lanuginosa di Rose. Gec1 con un cenno le chiede: ben fatto, no? Proprio buono questa volta! Gec 2, sgattaiolato dal piricullo, la parte più alta della mela, vede lontano, sino alle smerlature delle nocche. 7 su 9, grida ai due. Oggi dovrà essere per forza contento. Gec, sin dal terzo incontro ha frantumato il mignolo e, dunque, ha continuato a combattere con 9 nocche. Andiamo a riferire, risponde eccitato Gec 1. Calma ragazzi, la vocina di Rose: lo sa già. Un ultimo giro di teste e di corpi all’aria del corpo di Gec. Oggi è venuto proprio buono corettano in tre. All’unisono rientrano tuffandosi dentro il magnifico tritato di Gec Vincitore.

 Ta-CiTacì, Palermo 2000 e qualkossa

TESTA CREPATA

Ho notato. La mappa interna della mia testa è crepata. Uno sperduto glaucoma interno la fa da padrone. Nane ischemie dormienti riprendono l’alimentazione a base di plastica organica. Allergie unghiate grattano a gatto l’osso sfenoideo. Fischi di neuroni femmina – persi, sfiatati e ammutinati tra i labirinti molli del cervelletto – distraggono i lavori di riparo. Pipistrelli dell’occhio entrati sottovento. Il primo giorno l’ho digerito malissimo. Poi, sentendomi spacciato, è andata meglio. Le lesioni della calotta hanno smesso di agitarsi al saldo di una supercolla francese. E’ stato come se una scossa più forte delle altre abbia posto termine al terremoto frizzante di una tripla di aspirine. Butto indietro la testa per permettere al sangue di riprendere la navigazione. Tra: lineando il vetro del mondo e resettandone i frammenti di polvere. Sottofondo rotatorio di musica darvisci e primo tentativo di levitazione. Un mezzo successo. Il teschio in staccata dal collo e via dall’estate verso la merla. Un operaio pulitore – certo un parassita, pur sempre un muscolo, un estensore di vita – rimasto appeso all’esterno del volatile sesto senso. Sfuggita la scala, la terra, i suoi piedi scalciano gridando aiuto alle mani conficcate nelle labbra oculari. Ho notato ma non posso farci niente. Ora un tuffo a mare per saggiare la resistenza alla pressione dell’intelligenza sommersa. Registrerò in tabelle mnemoniche il mio disbarismo sino all’auspicabile disfacimento craniale. Comincia a entrare acqua anche dalle commessure saldate. Un luccio di mare: dove scendi testa crepata?

Ritratto con grillo

PREGHIERA 1976

40 anni fa Pippo Tutone, Giovanni Menni, Francesco Gambaro donarono ai soci del loro circolo una preghiera del Corano in cotto siciliano, una storia Zen in carta di riso, un concerto di musica indiana e africana. Cominciò da quel 14 dicembre l’inizio della fine del terzo pianeta, preceduto dalla proiezione de L’Uomo che cadde sulla terra di Nicolas Roeg.

 Preghiera in cottoAh sìTamburino Corano

CAGIONEVOLMENTE

Cosa spingeva mio padre a dire che il sapore dei broccoli di una volta. Cosa spinge me ad avere nostalgia di certe pesche montagnole, di certe susine rapparine. Notazioni che darebbero gioia e ragione agli eroici teorici del degrado ambientale, pronti per siffatte (ma solo supposte) conclusioni ad arruolarmi. Alla larga. L’unico degrado sta nelle papille gustative, ormai slargate come vecchie cofane, nelle pustole maleodoranti che infestano le gallerie nasali, nelle mani tremanti che fracassano i bei ciuffi dei fiori di broccolo, nelle unghie annerite che trafiggono la pelle di pesca, nei denti ingialliti dal senescente stato tabagico che lordano il cuore verde del rapparino. Ragionevolmente, solo il gusto cambia, quia homo et pro eo. Tempus corporis destruit. Broccolotti pescagnole susinottere, maturate e moltiplicatevi senza dare cura ai vecchi.

Ci si crepa

CHRISTO

Christo

Primi passi, 1954