In un clic

PasseggioPasseggio per il lungo corridoio della mia casa che non ha corridoi. Pesco dalla libreria del corridoio che non ha libreria una mia agenda datata 23.7.78. Leggo: mi chiedo quale criterio orienta la scelta del soggetto da fotografare, l’ottimo clic, la selezione del negativo, il tempo di stampa. Pochi giorni fa mi è capitato di morire. Le macchine mi passavano e ripassavano sopra. Le fotografavo. Sino all’ultimo respiro. Ricordando questo ricordavo pure di avere dimenticato la macchina fotografica sul sedile posteriore. Tutto questo in un clic.

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Certe volte la neve

Certe volte la nevesono fiori di pero

 

tusa, 26 aprile 2015

Aneddotti e contraneddoti

StregaRicordo questo aneddoto, non ricordo da chi resuscitato. Goffredo Parise, giurato del premio Strega, riceve per telefono una richiesta di voto da uno dei concorrenti. Sì, risponde Parise, se mi dai il culo. Silenzio prolungato dall’altra parte del telefono. Ogni tanto ricevo telefonate con proposte di collaborazioni a neoriviste o giornaletti. Rispondo, più prosaicamente, sì quanto mi paghi. Fine della collaborazione.

Io nella mia vita sono stato molto studente

IMG_9985Un meridionale, un altro che non capiva la domanda, che non aveva mai avuto voti buoni a squola, intelligente ma non si applica, che dai compagni senza volerlo si allontanava a gambero, proprio per rimanere molto studente mai professore, che i professori gli mettevano paura, che inciampava su cespugli di parole impastate di stravecchio pane e panelle e ricreazione. Che, anziché evvero cioé diciamo, usava l’intercalare purtroppo, nell’accezione superlativa di abbastanza, come stai? purtroppo bene. Un meridionale che, al giornalista che lo intervistava, rispondeva: non capisco la domanda, anche i settentrionali sono meridionali, dipende dai punti di vista.

*foto da “Cuore”, Garzanti 1960, illustratore sconosciuto

Riceviamo e pubblichiamo da Costantino Chillura

Scuote il soleA SALVATORE PRESTI
   Se io avessi un io
   amico mio
   come dici tu
   che un io tu ce l’hai
   sonnecchiando sui balconi
   aspetterei ancora l’estate
   e i campi di sulla
   e il volo delle gazze  sui giardini
   e le strade screpolate
   che portano al nulla
   o a qualche cosa
   che poi
   e invece, sto chiuso in casa
   le malattie non hanno un io
   sono le rondini, che non vedo più
   la poiana
   che mangia il vento
   oggi che il vento
   scuote il sole

Dove ci si può mastuprare oggi a Palermo

moana iAl cinema Finocchiaro? E’ diventato un teatro. All’Orfeo? C’è ancora? All’Ambra di via Mariano Stabile? Ha pure cambiato nome, lontani i tempi in cui vi arrivò Moana Pozzi in carne e carne, l’intera redazione del giornale L’Ora saltò dalle dirimpettaie finestre per vederla e toccarsi. A San Giovanni dei Teatini? E con l’organo mostruoso come la mettiamo? Di notte, imboscati alla Favorita? Non hai idea le nigeriane come danno in resta. A casa? Ma che piacere è, senza brivido? Forse, solo addormendo.

Me felice, felice notte, notte splendida; Letto felice per mio lungo gaudio; quante parole dette al lume di molte candele: E lotte a luci spente. Col nudo seno contro di me ora si agitava, gettando via la tunica, E mi riapriva le palpebre, cascate dal sonno, a forza di baci, e la sua voce mi diceva: Pigrone!*

Ezra Pound, da “Quia pauper amavi – Omaggio A Sesto Properzio” 1919

Quel giraparola dei pesci del Canalgrande di Sicilia: qui si mangia

luna majaQuando vedo il fuoco dimentico l’arte del cuoco. Fame fame fame animàla. Digrigno di dentoni su garretti bargigli genotaglie, morsacci a cervelletti fumanti di capelli rossi. Carne carne, carne in cartoccio di lingue braciolate. Frittola frittola frittola, divorata dalla pagina centroleosa di CHI. Di mussu mussu mussu ha bisogno il mio ventro scespiriano. Di pietre di sole invertebrate, di cagnette di cui invece voglio vedere l’osso. Il carnivoro che è in me non implora grazia per l’agnello teme la pasqua che lo farà risorgere cuoco. Nel nido di giovani topi divorerà anche i loro squittii. Poi, a fuoco esausto, tornerà ai suoi sushi vegani di zucchine imperlate di foglie di ulivo colte nell’oscurità segreta del novilunio aries di aprile affogata in pappa di bacche di Goji.

nella foto la luna maja