Nei giorni della Merla

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Dicono che questi (30, 31 gennaio, 1 febbraio) siano i tre giorni più freddi dell’anno. Li chiamano i “giorni della merla”: pioggia, vento di tramontana, temperature oltre il limite. Cercando di indagare l’origine della definizione scopro l’ipotesi esposta dal molto reverendo padre Sebastiano Pauli della Congregazione della Madre di Dio, istorico del Sacro Militar Ordine Gerosolimitano (1684 -1751), il quale mi si svela in una lingua inaspettata e bellissima. Tanto da far passar in second’ordine l’origine di quel dettato e la sua significazione spignendomi a concentrar la mia attenzione sul tanto musicalissimo uso de la lingua sua. Lingua poetica, precisa e affascinante. Un italiano così bello che quasi mi commuovo al pensiero che io possa discendere da questo signore.

Altri altrimenti contano: esservi stato, cioè un tempo fa, una Nobile Signora di Caravaggio, nominata de Merli, la quale dovendo traghettare il Po per andare a Marito, non lo poté fare se non in questi giorni, ne’ quali passò sovra il fiume gelato.

L’uomo che aspetta la merla non è nato a Caravaggio ma è caravaggesco. L’aspetta, tronco tra i tronchi istoriati dal freddo, nel bosco di Tardara. Tra poco la merla bianca potrà raggiungerlo, scivolando come un pattino sulla lastra di ghiaccio che unisce la punta dello stivale alla Sicilia. Lui, il designato, l’accoglierà nel suo tabarro nero strappandole una piuma e una promessa: niente più polenta, o non ti sposo.

Gaetano Altopiano e Francesco Gambaro, così vollero e scrissero

Un passaggio

Albero bruciatoE’ un ulivo. Mi chiede un passaggio verso il mare. In macchina mi dice che non se la passa male. Molte persone si fermano per fotografarlo. Una signora, dice, mi ha fatto la stessa battuta che una volta hanno fatto a Niki Lauda: così bruciato sei più bello. Quando si sopravvive le cicatrici donano. Alle donne come Paola Turci che qui, sulla strada per Tusa, in un maledetto incidente di macchina perse una guancia. Agli ulivi che, contorcendosi infuocati, disegnano forme nuove. Io non ero così bello da vivo, mi dice. Almeno credo. Nessuno mi si faceva. Passavo inosservato. Più che altro mi hanno sempre sfruttato. Perché vuoi essere portato a mare, chiedo, abbordando con prudenza l’ultima curva pericolosa. Da trecentosedici anni ci guardiamo, senza mai essere riusciti a toccarci.

Vota Grillo vota Grillo vota Grillo

GrilloEvviva er Marchese del Grillo. Spiegatemi perché, coglioncini miei del Movimento a 5 stelle, non avete candidato er Marchese. Vi tirate indietro vui o s’è tirato indietro isso. Nui napulitani nun l’avimmo caputo. O forse tutti avete capito che se magna male nei restorant a faive stars. Ve la sognate ancora la Sora Lella e l’oste che se gli stavi antipatico te cacciava a calci in culo papalini. E che piacere quel calcio in cul.

Immobilizzatori

FullSizeRender (9)Anche inghiottire implica movimento. In ospedale, in ufficio, per strada, costretti a inghiottire. Controllare la collera è uno sforzo di contenimento. Alla fine si scoppia come un palloncino troppo gonfio. Inutile trattenere il respiro, contare sino a cento. Lottare contro l’umanità ci gonfia. Esattamente come inghiottire. E’ aria assassina e abusiva. Una volta entrata non esce più. Trattenere il fiato funziona per qualche minuto, diciotto minuti di apnea se siamo Gianluca Genoni. Poi, via a un altro vulvoroso respiro, e un altro inghiottimento ci scoppia dentro. Per questo sono stati inventati gli immobilizzatori. Si entra anche con ricetta o in intramaenia. Non si esce più. Lato positivo: non si incamera più aria.

I geni di Palermo

IMG_9244crescono come funghi, come le statue di padre pio, sono sempre incazzati, guardano storto, con il collo torto

 

Il genio di Palermo, parco Villa Sofia, Palermo

Je suis Carlà

Carlàcoglioncini miei, discendenti e devoti di Francois Rabelais

 

 

D la Repubblica, 31 agosto 2013