Elemosinare

ElemosinareElemosinare non vuol dire chiedere. Semplicemente essere quello che si è. Giocare a carte con il mondo alzando il mazzo con la mano sinistra, facendolo precipitare sulla destra. Cinquanta centesimi in tazzina non valgono un caffé caldo. Troppo comodo signore, passare e sganciare. Qualcuno dal basso di una seggiola ci osserva. Lo temo come fossi seguito dai servizi segreti, dalle spie, dalle arpie. Elemosinare è un essere nel mondo più profondo. A fittone, non so meglio dire. Cadere e non essere raccolto.

Non abbiamo più l’abitudine di mangiare

LuiNoi non abbiamo più l’abitudine di mangiare. Abbiamo perduto l’abitudine di leggere i giornali. Di guidare. Di scopare. Perduta l’abitudine di guardare. Guadagnare sta nella perdita di volere fare. Nel buio della rinunzia non c’è, per fortuna, nessuna luce. Cadiamo in un seminato di fave e piselli. È inverno. E’ gelo, infiorescenza di fave e piselli.

Il coso

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ci fu un estate in cui

il coso si ingrossò a dismisura

pruriginoso pustoloso

decisamente maleodorante

alghe marce disse la mia fidanzata

sento come un odore di alghe marce

mi ammantai di plastica e lana

poi la lasciai

il coso invece che dolersene

continuava a crescere a suppurare

come un rospo o una cimice gigante

emettendo liquami a spruzzo

mi costrinsi

superando la vergogna militare

a farmi visitare dal dottore

maggiore confessai

sono sicuro è sifilide

la reazione wassermann per favore

mi chiese il medico maggiore soppesandolo

ma lei è stato mai a donne mai

solo una fidanzata per baci

sono vergine confessai

allora disse il dottore

lei è un portatore passivo di desiderio

si allontani esca subito dall’ambulatorio

tra poco il suo coso esploderà

non vorrei saltare in aria insieme a lei

siamo in guerra lo informai

passò l’estate le successive tre stagioni

passarono senza che il coso esplodesse

gonfiava come un aerostato

timido non uscivo più dalla garitta

poi belbello

si sgonfiò in un lampo

tornò in pochi minuti

quello che era stato

continuò a sgonfiarsi esagerato

sino a rientrare in quella grotta da cui

pensavo fosse nato

adesso era tutto vuoto lì dentro

cercai il coso con la lente di ingrandimento

con una lampadina a led monodirezionale

tutto vuoto tutto poco promettente

non lo troverò più pensai

fu così che tornai dal medico maggiore

per farmi ricontrollare

lei è un portatore attivo di desiderio

non si avvicini sono vecchio sono un militare ma

non si avvicini

non si avvicini

e per favore si rivesta

 

* William Blake, For the Sexes: Tre Gates of Paradise, Londra, 1793

Riceviamo e pubblichiamo 17

particolare-installazioneUn bambino frequenta con la sua mamma i giardini pubblici di Modena, dove c’erano, Ras e Lea, i due leoni storici che mangiavano due chili di carne al giorno, pappagalli e scimmiette alle quali porgevo caramelle incartate con dentro un sasso: non appena si accorgevano che non c’era il dolcetto, il sasso me lo tiravano. C’è un’amichetta di questo bambino, molto petulante e cagacazzi: “Ciao ciao…e io ho il pettinino…e io ho la spazzolina…e io ho la casettina”. Il bambino a questo punto, non sopportandola più, si tira giù i pantaloncini e le dice “E io c’ho questo”. La storia va avanti per parecchi giorni…”E io ho la bambolina …e io ho la cucinina…” E trac…giù i pantaloncini: “E io c’ho questo”.  Fino a che non arriva il giorno quando la bambina scoppia in una risata pazzesca: “Ah tu hai quello?” “Beh, cos’hai tanto da ridere?” “Rido perché la mamma mi ha detto che di quelli li, quando sarò grande, ne avrò quanti ne voglio!”

Luigi Rigoni, 27 dicembre 2014

l’immagine è un particolare di “Tutte le volte che non ti ho amato” di Silvia Argialos, installazione, Modena, 2012

E, pistolare 2

PARLANDO DI NICK CON NICK E CON FRANK

   una volta, anni fa

   tra i tavoli di un ristorante un po’ strano

   forse era, mi pare di ricordare

   una specie di ristorante messicano

   abbiamo mangiato, mi pare,

   due grosse fette di carne di bisonte

   mi sento dentro un fumetto

   avevi detto quella volta

   chissà se ci fanno fumare

   alla fine, avevo detto

   una volta finito di mangiare

   volevo dire

   chissà se ci fanno giocare agli indiani

   avevi detto

   alzando il bicchiere

   non abbiamo fatto altro

   finora, mi pare

   se non altro

   scrivere come scriviamo

   vivere come viviamo

   sognare come abbiamo

   sognato finora

   è sempre stato, non ti pare

   come fare finta di giocare   

   agli indiani

   mi scusi tanto, signore

   possiamo fumare?

   a un certo punto avevi chiesto

   con un certo scatto nella voce

   uno scatto che sembrava una specie di sparo

   nella voce, mi pare

   con un gesto brusco

   da cacciatore alaskano

   ti eri rivolto a un cameriere 

   che proprio in quel momento

   mi pare, stava provando

   a provare a volare

   Caro Ciccio,

Col passare del Tempo mi sono reso conto (ma avrei dovuto rendermene conto prima, prima dei vent’anni, diciamo, o meglio ancora, o per meglio dire, peggio ancora, prima dei diciottani, diciamo – senza per questo mollare ogni cosa e andare a vendere fucili e pistole ad acqua a quel malo pagatore di Menelik, oppure a passare tutte le cosiddette sante giornate a prendere a calci  nel culo la gran parte della manovalanza di quelle parti, su e giù tutto il santo giorno a prendere a pedate nel sedere quei paesani, salendo e scendendo le strade e le stradine di Harar)

che la scrittura, il fatto di scrivere, è , non dico una legittimazione del mondo, del mondo così com’è, ma quasi certo è come una sorta di accettazione, di questo mondo, diciamo. E come se si dicesse Si, con la scrittura, a ciò che si chiama la Vita, diciamo, a ciò che accade, che ci accade, che accade agli altri e al mondo, al mondo così com’è. Ed è anche per questo che scrivere del nostro amico Nicola mi aiuta ad accettare quello che (gli) è successo. Mi è successo questo anche con altre persone, anche loro, come si dice, scomparse. Anche di questo mi sono accorto con il passare del tempo. Con altre persone invece non mi è ancora riuscito. Di queste altre persone non sono ancora riuscito a scrivere, se non in modo piuttosto obliquo. Cioè, a queste altre persone proprio non riesco ancora a pensare, non dico a pensare per scrivere di queste altre persone, ma proprio a pensare, ad ospitarle in un pensiero che li pensi con un certo ordine, se non in modo obliquo. E questo vale anche per certe altre persone ancora, che per me restano inesprimibili, anche se mi stanno accanto. Un esempio è la donna che ho accanto. Un altro esempio è un amico come te. Ma anche come la donna che è stata accanto a Nicola con un silenzio eroico, a Nicolino, come io lo appellavo, come ancora ogni tanto lo chiamo.ti abbraccio

 

 Caro Konsta

non essere riuscito a scrivere di Nicola Di Maio, non essere riuscito a scrivergli, mi dice quanto le reazioni umane possano essere uguali e contrarie. La tua poesia, infatti non è un ricordo né sottosta alla categoria dell’agiografia, è scrittura sputata come solo il corpo nostro sa solo sputare, saliva lacrime sudore profumi. Scrivere è anche negazione del mondo o della vita (senza la vita il mondo non c’è) così come sono, è mutazione di rotta, zigzaghio, dribling, veronica fantastica, in culo a quell’unico destino che ci insegue mai sudando (mai sapendo il sudore, cioé la vita) e all’ “inconveniente di essere nati”. I vari trionfi della morte sono in realtà sberleffi dell’inseguito all’inseguitore, il fumo che ha albergato sin dai diciottanni nei polmoni di Dimaio, come lo chiamavo io, colpi di fioretto allegri come i suoi versi rimarosi, volontarie provocazioni a chi non sopporta lo scherzo (“con la morte non si scherza” diceva un antico paternale. E chi l’ha detto?)

Il mio silenzio, invece, la mia incapacità di dare un saluto, una parola di riconoscenza a chi per una vita gli è stato accanto e il cui converso silenzio ho frainteso, come fossi in grado, da quel presuntuoso che fui, entrare nelle nascoste meraviglie di una coppia e giudicarle, il mio silenzio dicevo, lo scrivo ogni giorno. Lo scrivono le persone che penso. Alcune mi sono accanto. Altre pure. ti abbraccio

 

(“Parliamo di Nick con Nick e con Frank” è di Costantino Chillura, il munus è di Costantino Chillura e Francesco Gambaro)

Quello che temiamo di Maurizio Milani

Milani 3_q 2Io, come coinquilino della coinquilina del terzo piano di via numero 15, in Moloseto Prato, ho paura perché mi masturbo alle ore 12 di ogni giorno sui gradini del pianerottolo. Poi vado a mangiare ma non sto bene. Perché ho paura di essere stato visto dalla mia coinquilina. Mangio con paura, penso da un momento all’altro la coinquilina, che è una bellissima frau svizzera di 73 anni, bussi alla porta e racconti tutto ai miei papà e mamma. Vorrei che quello che ho fatto prima di sedermi a tavola non l’avessi mai fatto. Che non lo avesse visto la mia coinquilina del terzo piano, mio solitario amore. Vorrei confessarle, mamma mia quanto è dura ogni giorno fidanzarsi con te nel segreto degli scalini del nostro pianerottolo. Ogni giorno alle ore 12 mi masturbo sugli scalini sperando mi guardi. Tu non mi guardi mai quando mi masturbo per te. Vorrei dirti, farò gli esercizi spirituali, con i padri gesuiti che mi aiuteranno a masturbarmi senza complessi di colpa. Solo che così non vorrei solo fidanzarmi, ti sposerei.

Racconto di Natale

Ai tempi in cui era un alcolizzatoTroll 1 chiamava la sua borsa “la mia cagnetta”Troll 1Dopo avere smesso di bere, aveva davvero comprato una cagnetta.Troll 1Una deliziosa jack russel, piccola e fulva come la sua borsa.Troll 1Gli saltava addosso come la sua borsa non aveva mai saputo saltare.Troll 1Pure durante la notte, quando si svegliava, lei era lì, a fargli festa.Troll 1Solo che una notte, la notte di Natale, che lui si chiamava proprio Natale, la moglie rientrò. Troll 1Disse, non è un jack russell, nemmeno una bastrardina. Troll 1E’ soloTroll 1 la tua vecchia borsa.